martedì 21 dicembre 2010

I concerti del Moody

    


     Il chitarrista Allan Holdsworth a mio parere si ama o si odia: vie di mezzo non sono concesse forse a causa della sua origilità o quantomeno complessità. Di certo è un musicista sinonimo di suoni futuristici, aree spaziali, accordature aperte ed atmosfore surreali e dinamiche. E così ascoltandolo per la prima volta nella serata inaugurale della rassegna musicale Lune...dì Jazz targata 2010/11 mi è sembrato di captare emozioni negative ma comunque posso assicuravi che lascia sensazioni forti. Gli appassionati del suo strumento sono stati folgorati dal suono purissimo che, seppur distorto è paragonabile a quello di una viola, dalla sua altissima padronanza tecnica nel gestire il binomio musica/tecnologia ma soprattutto (come il sottoscritto) dal personalissimo uso degli accordi e dalla innovativa tecnica improvvisativa. Nella serata foggiana  ci propone brani che portano la sua firma come di “The things you see” ed un meedly tanto articolato quanto bizzarro dove ti capita di ascoltare composizioni tratte dal disco che lo ha reso famoso intitolato “Metal fatigue”. Illustre il suo braccio destro rappresentato dal talentuoso batterista Chad Wackerman le cui dinamiche musicali sposano alla perfezione le sonorità di Allan. In definitiva direi che il giusto approccio con tali colossi sia quello di non soffermarsi sul loro tecnicismo ma chiudendo gli occhi e cercando di avere un ascolto più irrazionale ed emotivo.




     Risulta invece appagante e gioioso l' ascolto degli Yellowjackets, una delle più consolidate e feconde band fusion della storia che vanta il primato di 25 anni di continua attività. E la cosa depone certamente a loro favore a dimostrazione del valore della loro prospettiva artistica. Autori di semplici temi musicali da un lato ma perfetti arrangiatori dall' altro dove predomina assoluta l' impeccabile coesione tra loro, restano implacabilili ricercatori di nuove sonorità. Infatti nella serata foggiana al teatro del Fuoco, riescono ad ottenere il pienone di spettatori grazie al fatto che il loro nome è sinonimo di prodotto di classe ma comunque illuminato certamente dalla loro spontanea semplicità e soprattutto dalla raffinatezza di un sound tanto preciso quanto lieve. Un concerto quasi acustico quindi, visto il volume percepito in platea sui brani come «Spirit», «Why is it?», «Jacket Town». Superlativi anche i pezzi in cui Mintzer suona con l' Ewi (strumento a fiato elettronico) come il 6/8 «Red Sea» o l' up tempo rappresentato dal blues intitolato «Statue» in cui il walking di jimmy Haslip corre veloce tra le quinte.

Felici di donarci la loro musica anche dopo il primo bis mentre il sorriso di Russell Ferrante e l' urlo di Will Kennedy entrano in perfetta simbiosi con il pubblico in sala.



     Mi risulta alquanto difficile dover etichettare la musica proposta da uno dei bassisti migliori al mondo sia visto il suo illustrissimo curriculum ma anche perchè Victor Bailey è stato considerato l' erede del genio e mito Pastorius. L' ho scoperto per la prima volta nel 1986 in una registrazione dove accompagnava il chitarrista Bireli Lagrene suonando all' unisono vari brani di Charlie Parker e devo dire che ascoltandolo dal vivo, ospite dei nuovi concerti del Moody non ha perso il suo amore per il bop considerato i palesi riferimenti improvvissativi alle song di «Bird». I suoi brani, come il singolo «Slippin' 'n' trippin'» o «Low Blow» tratto dall' omonimo album sono un concentrato di funky dall' inebriante ed impareggiabile groove. E da vero leader ed inaspettato scat singer ci regala gradevoli chicche della musica internazionale suonando e cantando con una naturalezza fuori dal comune. Insuperabile l' esecuzione del brano «Birdland» dei Wheater Report dove sfoggia magistralmente la sua tecnica slap e tapping e la mitica colonna sonora dei Bee Gees dal titolo «How deep is your love».

Un bel traguardo per un musicista che dopo un viaggio tra la musica di joe Zawinul e il pop di Madonna non ha mai perso l' innata passione per il jazz.




     Torna a brillare le «Luna» nel suo giorno preferito e lo fa ospitando una grande jazzista.

A settanta anni suonati il flautista e sassofonista Lew Tabackin porta in giro un suo progetto musicale avvalendosi di tre musicisti italiani provenienti da tre diverse regioni.

Per la prima volta credo, il Moody ospita un quartetto «pianoless». Stiamo parlando di una band in cui nella sezione ritmica non è previsto l' ausilio di uno strumento armonico quale il pianoforte o la chitarra. Vi assicuro che la cosa non ha assolutamente influito sulla qualità delle esecuzioni dato il prestigio di un musicista pluripremiato dall' alta personalità. La sua strabiliante tecnica, le sue torrenziali improvvisazioni ma soprattutto i suoni prettamente acustici, sono riusciti a tenere incollati alle sedie i numerosi intervenuti. Una carrellata di brani differenti come il ¾ di Lew dal titolo «Desert Lady» e poi ancora un nuovo «original» dal nome «Bb». Ma gli standard di Monk hanno rappresentato la vera chicca della serata e mi riferisco allo storico ed articolato «Trinkle Tinkle» in cui l' atmosfera venuta fuori sembra proiettarci in un stagionato club newyorkese. Uno zuccherino la ballad «My Ideal» in cui viene fuori l' assoluta libertà di Tabackin, la pacatezza contrappuntistica di Tamburrini ed una disarmante e rispettosa ritmica di Gatto e Bassi. Finale tra le note di Ellington con una delle più belle canzoni della musica internazionale: «In a sentimental mood» tra gli applausi e la soddisfazione anche degli ascoltatori matricole della jazzmusic.




digian05



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