mercoledì 27 ottobre 2010

Il giorno dei Morti


     La festa dei morti, la più importante celebrata in autunno, deve la sua importanza al fatto che in questo periodo la natura rallenta il suo vigore produttivo fino a fermarsi definitivamente in inverno. Per l’uomo antico il rallentamento della natura coincideva con la sua morte, il vedere avvizzite e poi staccate le foglie degli alberi era presagio di morte.

     Se l’albero era associato al corpo umano, per via della sua posizione eretta e per la sua capacità di dare frutti, le foglie cadenti erano associate all’anima. Ecco perché in autunno si celebra "la festa dell’anima dei morti". La morte dell’uomo antico non aveva l’accezione che le diamo noi oggi, ovvero di una dipartita definitiva, ma serbava dentro di sé la nuova vita e, per auspicare una vita migliore, si doveva festeggiare.

     Tipico di questa festa erano le questue che facevano i bambini per ricevere in dono frutta secca o fresca di stagione. La questua, che vedeva fino agli anni ‘30 protagonisti frotte di bambini che andavano a chiedere, di casa in casa, frutta che conservavano in una calza di lana, è stata soppiantata dalla calza dei morti ripiena di dolciumi, facendo perdere contemporaneamente anche l’usanza di andare a fare la questua.

     A Foggia si recitava questa cantilena:

a cavezette de l’aneme i murte

sorbe e nespele?


     dove per sorbe si intendono le susine selvatiche. Naturalmente la calza dei morti in passato era riempita da arance, cachi, mele cotogne, fichi secchi, sorbe e nespole, oltre che di noci e mandorle.

Il motivo per il quale si è scelta la forma della calza come cornucopia, simbolo di abbondanza e di buon augurio, è dettato dal fatto che il piede è il punto di contatto tra l’uomo e la terra: schiacciando la terra l’uomo mette a dimora i semi, così come schiacciando la terra l’uomo seppellisce i suoi simili. Tra le leggende popolari che si raccontavano ai bambini in questo periodo a Foggia c’era quella della processione dei morti. Si narrava ai bambini che il giorno del 2 Novembre, mettendo un piatto colmo d’acqua alla finestra con un cero vicino, si vedevano passare in processione i morti. La processione era organizzata mettendo dinnanzi i bambini più piccoli, detti anime innocenti e poi via via quelli più grandi fino ai disgraziati, ovvero coloro che erano morti perdendo una parte del corpo. Sempre secondo questa leggenda i morti attraversavano la Valle di Giosafat, una valle che nell’immaginario collettivo del tempo era irta di spine. Solo i puri di cuore riuscivano a passarla indenni. Questo è il motivo per cui la sera del 2 Novembre si lascia la tavola imbandita e sulla tavola l’ago e il filo di cotone che serve a rattoppare le vesti dilaniate lungo il percorso della Valle di Giosafat.

Il legame dolci – morti non si esaurisce nella calza dedicata ai bambini ma va oltre e riguarda il dolce tipico di questa ricorrenza: il grano cotto. Se la calza dei morti riguardava la questua dei bambini, il grano cotto era il dolce di tutti, anche degli adulti. La sua simbologia è nota perché ogni ingrediente è simbolo di rinascita e rigenerazione tanto che in epoche precristiane sono stati rinvenuti sarcofagi ricolmi di chicchi di grano, simbolo di rinascita. Ma un’altra simbologia più popolare fa derivare gli ingredienti del dolce dalle parti del corpo umano che in questo momento si celebra:




             Giuseppe Donatacci







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